JACOPO CASADEI - Nessuno saprà mai dei sogni del cane
- 14 gen
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Aggiornamento: 28 gen
Opening January 27 from 6.30pm

La Galleria Richter Fine Art apre il 2026 presentando la prima personale di Jacopo Casadei (Cesena, 1982). La mostra, intitolata Nessuno saprà mai dei sogni del cane, accompagnata da un testo critico di Maria Vittoria Pinotti, inaugura martedì 27 gennaio alle 18:30, sarà visitabile fino al 13 marzo 2026.
In un periodo di ripensamento della pittura contemporanea, spesso caratterizzata da un marcato figurativismo, il progetto propone una riflessione su una forma di pittura nuova, evocativa e basata su peculiari effetti timbrici, in cui la presenza o la suggestione di un’immagine rivendica il principio di una pratica autonoma. Sono questi gli elementi che definiscono la ricerca di Jacopo Casadei, per cui l’opera non deve necessariamente rappresentare qualcosa, non è subordinata a una narrazione e non necessita di un grado di finitezza tecnica, rimanendo così aperta a ogni possibile forma di interpretazione.
Per via dell’inesauribile inventiva dell’artista, le opere in mostra risalenti al 2025 combinano con equilibrio, una sottile vena ironica e un atteggiamento profondamente indagatore delle proprie impressioni e visioni, conferendo agli olii un valore evocativo delle sensazioni personali, sospese tra la nebulosità tipica di un sogno e la concretezza del segno.
In questo modo, per Casadei la pittura non si limita a rappresentare il visibile, ma rende percepibile un’esperienza. Così, quando emergono figure riconoscibili, queste scaturiscono da un’espressività non completamente dichiarata. Di rilievo per Casadei sono i titoli, assegnati sempre dopo il completamento del quadro, essi offrono ulteriori chiavi interpretative, permettendo di leggere le figurazioni e di coglierne l’armonia oltre la sola esperienza visiva. Di particolare evidenza è anche il titolo della mostra, in quanto Casadei afferma come: «Il titolo rimanda in maniera molto semplice e ironica a una condizione analoga al vivere la pittura, in particolare a quel processo, doveroso/inutile, dello spiegare il gesto, l’intenzione, il percorso, la visione. In molti casi tutto questo rappresenta la fatica inevitabile, preesistente all’opera, che vede il pittore autore e, nello stesso tempo, testimone muto del delitto».
Questa riflessione evidenzia, con semplicità e sarcasmo, una condizione tipica della pittura contemporanea: la costante necessità di giustificare o spiegare ciò che si realizza, quanto invece in realtà l’opera possiede di per sé un carattere iconico e di suggestione, indipendente da qualsiasi pretenziosa digressione.
Un elemento che accomuna le opere in mostra è il formato, l’artista lavora principalmente su tele di piccole e medie dimensioni. Questa scelta suggerisce una ricerca svolta in uno spazio concentrato, denso e ricco di intimità. L’opera è realizzata attraverso gesti rapidi, proprio tale velocità e immediatezza, non richiedendo la perfezione tecnica, genera una grammatica svincolata, fatta di forme morbide, tratti filiformi, imprecisi aloni che pullulano nel contenuto spazio della tela. Così, quando emerge un’immagine, essa si stacca dallo sfondo come un’apparizione: la struttura è composta dalla ricchezza di toni cromatici, a cui si aggiunge una libertà compositiva e di organizzazione delle forme, in cui il vuoto emerge come elemento costruttivo e basilare. I soggetti figurativi, sebbene labili ed evanescenti, sembrano vivere una propria vicenda metafisica all’interno della piccola fisicità del quadro. In questo senso, come un procedimento tecnico che instilla il dubbio, ciò che può apparire incompleto allo spettatore è in realtà già concluso, mentre ciò che appare più definito può rappresentare il risultato di una semplicità volutamente estrema.
Richter Fine Art opens 2026 by presenting the first solo exhibition of Jacopo Casadei (Cesena, 1982). The exhibition, entitled Nessuno saprà mai dei sogni del cane, accompanied by a critical text by Maria Vittoria Pinotti, opens on Tuesday, January 27 at 6.30pm and will be on view until March 13, 2026.
In a period of reevaluation of contemporary painting, often characterized by strong figurativism, the project proposes a reflection on a new, evocative form of painting based on peculiar timbral effects, in which the presence or suggestion of an image asserts the principle of an autonomous practice. These are the elements that define Jacopo Casadei’s research, for whom a work does not necessarily need to represent something, is not subordinate to a narrative, and does not require a degree of technical completeness, thus remaining open to any possible form of interpretation.
Due to the artist’s inexhaustible inventiveness, the works on display, dating from 2025, combine balance, a subtle ironic vein, and a deeply investigative approach to his own impressions and visions, granting the oils an evocative value of personal sensations, suspended between the haziness typical of a dream and the concreteness of the mark.
In this way, for Casadei, painting does not merely represent the visible but makes an experience perceptible. Thus, when recognizable figures emerge, they arise from an expressiveness that is not fully declared. Titles are particularly significant for Casadei, always assigned after the completion of a painting, as they offer additional interpretative keys, allowing viewers to read the figures and grasp their harmony beyond the mere visual experience. The exhibition’s title is also especially notable, as Casadei states: «The title refers in a very simple and ironic way to a condition analogous to living painting, particularly to that process, both necessary and unnecessary, of explaining the gesture, the intention, the path, the vision. In many cases, all of this represents the inevitable effort that precedes the work, in which the painter is both author and, at the same time, silent witness to the crime».
This reflection highlights, with simplicity and sarcasm, a typical condition of contemporary painting: the constant need to justify or explain what is created, whereas the work possesses an iconic and suggestive character on its own, independent of any pretentious digression.
A unifying element of the works on display is their format: the artist mainly works on small and medium-sized canvases. This choice suggests a research conducted in a concentrated, dense, and intimate space. The work is created through rapid gestures; this speed and immediacy, not requiring technical perfection, generates a liberated grammar, composed of soft shapes, filiform strokes, and imprecise halos that teem across the canvas’s spatial content. Thus, when an image emerges, it detaches from the background like an apparition: the structure is composed of a richness of chromatic tones, complemented by compositional freedom and organization of forms, where emptiness emerges as a fundamental constructive element. Figurative subjects, although fragile and evanescent, seem to live their own metaphysical story within the small physicality of the painting. In this sense, like a technical procedure that instills doubt, what may appear incomplete to the viewer is already complete, while what seems more defined may represent the result of a deliberately extreme simplicity.
Jacopo Casadei: l’ironia è una cosa molto seria
Di Maria Vittoria Pinotti
Non sono molti i pittori di oggi capaci di creare un universo autonomo nel quale vagano liberi, inventando e divertendosi con coerenza, senza alcuna pretesa verso chi guarda. Eppure, quando iniziai a studiare i lavori di Jacopo Casadei, mi trovai a perdermi nel suo immaginario, così osservando le sue opere e ascoltandone il racconto, capii che la dimensione della sua ricerca era svincolata proprio come la sua immaginazione. Nonostante ciò, nei diversi confronti che abbiamo avuto, ogni dipinto è stato valutato con rigore critico, scomponendone ogni singola parte per analizzarne le espressioni, i ritmi, le forme, i toni e rispettivi titoli. Da quei dialoghi compresi che le motivazioni del suo fare pittura erano in realtà molto lontane dalla prospettiva di studio razionalizzatrice e analitica, talvolta incline a oscurare la freschezza e la riuscita di un lavoro. Tuttavia, spogliando le opere di ogni significato e limitandomi ad analizzare le sole presenze, avvertii lo stato di contaminazione spontanea che le caratterizzava: un fluido oscillare tra controllo e abbandono di un’apparente trascuratezza figurativa, capace di rivelarci tutto senza confessarci nulla. Tale segreto sottilmente celato, continua a vivere timidamente sotto le zone di colore e nell’andamento strisciante della pennellata, generando opere visionarie, il cui confronto non è tanto con la vita, quanto con le innumerevoli favole che la vita ci concede di inventare. Simili a piccoli esercizi surrealistici, le tele evitano di veicolare un senso esplicito, bensì l’immagine, solo quando appare, emerge attraverso l’accentuazione di minimi dati fisiologici, come occhi, dita gesticolanti, nasi, bocche, talvolta profili e sagome di capelli appena arruffati. Si tratta di un’apparizione capricciosa, che non svelandosi mai del tutto nella sua chiarezza compositiva, ci spinge a cercare la giusta chiave di lettura, generando così un sottile senso di straniamento. Credo che questo primo approccio con l’opera sia l’occasione più significativa per coglierne il senso, in quanto apre alla libera parata di personaggi eroicomici, grotteschi, irriverenti e beffardi che Casadei ha in visione. Pur se qualche indizio ci giunge dall’intelligenza dei titoli, l’assoluta verità - che molti di noi cercano esasperatamente in un dipinto - resta celata, facendo dell’ermeneutica un autentico atto di resistenza contro l’ossessione informativa di larga parte della pittura attuale. Subentra una posizione aperta e vitale, pronta a muoversi lungo molteplici derive immaginative e interpretative, in opposizione a una materia dell’arte ormai impoverita dalle tante letture. Parlando più volte con Jacopo Casadei, ho dedotto che tale irriverenza deriva proprio dalla capacità di compiere uno scarto rispetto alle normali e collettive attitudini comportamentali, perciò egli stesso è il primo, e forse l’unico, ad assumere la maschera dell’ironia, per ritirarsi in una dimensione pittorica dissacratoria, come forma di resistenza verso il presente. In questo modo Casadei conquista quanto di più raro si trovi nella pittura odierna, un’espressione che, ritrovando la libertà di agire, si manifesta con l’irruenza cromatica capace di spalancarsi e distendersi su tutta la superficie. Così l’immagine, frantumandosi in una simultaneità di apparizioni e manifestandosi come un puro impulso privo di regole proporzionali, evita di concentrare l’attenzione su un punto centrale. Sebbene i riferimenti siano immediatamente riconoscibili - come il pugile manga Forza Sugar, il compositore Nino Rota, oppure declinazioni dialettali romagnole unite a ricordi personali - la figurazione si presenta come una storia aneddotica di un non senso, che può, anzi deve, restare tale. Tutto ciò ricorda le affermazioni dei Surrealisti degli anni Trenta del Novecento, i quali evocavano alla pittura di trincerarsi - si noti bene, questo lessico battagliero è il loro - dietro la necessità di esprimere visivamente la percezione interna. Ebbene la domanda che si solleva è tanto profonda quanto vivida, che cosa dobbiamo fare delle nostre immaginazioni? Forse riviverle, dargli forma per non vederle morire inesaudite, certo è che devono sicuramente essere liberate in un campo visivo. Ecco, credo che Casadei, collocandosi nella trincea dei Surrealisti, ponga alla pittura questa domanda, ma la risposta che gli giunge è una filastrocca priva di senso, un fantasticare simile al sogno, un felice incontro tra fantasia e controllo, alla pari di un processo che non deve ingannarci sull’apparente gratuità e infantilismo di alcune forme dipinte. Perciò per Casadei inventare è una cosa molto seria, perché non è certamente facile identificare e tradurre la materia caotica, istintiva e visionaria che abbiamo in mente. Per questa ragione anche il contenuto delle opere risulta fluido, alla pari dell’immaginazione che lo genera, così la figura assume molte forme prima di approdare a quella più congeniale, ragion per cui non c’è nulla che non sia già stata, o che non potrebbe diventare da un momento all’altro. Tant’è che può essere contemporaneamente una pianta grassa, un sorriso, una veduta inguinale, la sagoma di un uomo o forse quella di un puma, un paterno al lotto anziché un terno. Allora ciò che i Surrealisti avevano intuito circa un secolo fa, pronti com’erano a innalzare trincee a favore di una pratica capace di sfondare i limiti immaginativi, fu ripreso anche da Gianni Rodari, il quale si dichiarava convinto che «non c’è vita dove non c’è lotta». Così accostando due termini sufficientemente estranei, si genera il contrasto di un binomio fantastico, il quale sebbene unisca apparentemente elementi antitetici, dà origine a una narrativa temeraria. Ecco la tela per Casadei inscena questo incontro, un’esperienza non più declamatoria ma surreale e frammentaria, concepita come un’avventura liberante e incontrollata che ci invita a esplorare cosa accade quando le immagini deragliano dai binari troppo consueti dei loro significati. Pertanto alla nozione di spazio pittorico si sostituisce quella di situazione, da qui il quadro diventa una rete dinamica di relazioni in cui compaiono senza gerarchie molteplici campiture, forme e angolature visive. L’irregolarità delle velature e il morbido succedersi dei chiaroscuri velano e intorbidiscono le espressioni evocative dei visi e, pur nel groviglio di figure e segni, la ricerca privilegia l’impasto tonale, permettendo alle immagini di confondersi o emergere nel totale disinteresse delle funzioni rappresentative. Per cui l’apparente caos diventa un quadro, un deposito di energie, sul cui sfondo sensibile ed emulsionato giace un’immagine dinamica, veloce come il lampo di un pensiero visionario con i suoi innumerevoli “andirivieni” di significati. Perciò, quel che c’è da afferrare in questa mostra è uno scenario impossibile e straniante: che cosa accadrebbe alla pittura se abbandonasse il reale? Questa è certamente una battaglia quasi impossibile da vincere, ma la troviamo raccontata in una sola nitida visione, l’ironia.
Jacopo Casadei: Irony Is a Very Serious Matter
By Maria Vittoria Pinotti
Not many painters today can create an autonomous universe in which they can wander freely, inventing and playing with coherence, without making any demands on the viewer. Yet when I first began to study Jacopo Casadei’s work, I found myself getting lost in his imagery; by observing his works and listening to his account of them, I understood that the dimension of his research was as unbound as his imagination. Nevertheless, in the many exchanges we have had, each painting was subjected to rigorous critical evaluation, broken down into its individual components to analyze its expressions, rhythms, forms, tones, and respective titles. From these dialogues I came to understand that the motivations behind his practice of painting were in fact far removed from a rationalizing and analytical perspective of study, one that can at times obscure the freshness and success of a work. However, by stripping the works of all meaning and limiting myself to analyzing their mere presences, I perceived a state of spontaneous contamination that characterizes them: a fluid oscillation between control and abandonment, an apparent figurative carelessness capable of revealing everything without confessing anything. This secret, subtly concealed, continues to live timidly beneath the areas of color and in the creeping movement of the brushstroke, generating visionary works whose point of comparison is not so much with life itself as with the countless fables that life allows us to invent. Similar to small surrealist exercises, the canvas avoids conveying an explicit meaning; instead, the image - only when it appears - emerges through the accentuation of minimal physiological details such as eyes, gesturing fingers, noses, mouths, and at times profiles and barely tousled hair silhouettes. This is a capricious apparition that never fully reveals itself in compositional clarity, urging us to search for the right interpretative key and thus generating a subtle sense of estrangement. I believe that this initial encounter with the work represents the most meaningful opportunity to grasp its sense, as it opens onto the free parade of heroicomic, grotesque, irreverent, and mocking characters that Casadei envisions. Even if certain clues reach us through the intelligence of the titles, the absolute truth - which many of us obsessively seek in a painting - remains concealed, turning hermeneutics into a genuine act of resistance against informational obsession. What emerges instead is an open and vital stance, ready to move along multiple imaginative and interpretative drifts, in opposition to an artistic matter now impoverished by excessive readings. Through my many conversations with Jacopo, I have inferred that this irreverence stems precisely from his ability to create a rupture with conventional and collective behavioral attitudes; thus, he himself is the first - and perhaps the only one - to don the mask of irony, retreating into a desacralizing pictorial dimension as a form of resistance to the present. In this way, Casadei achieves something exceedingly rare in contemporary painting: an expression that, by rediscovering the freedom to act, manifests itself through chromatic irruption, expanding and stretching across the entire surface. The image, fragmenting into a simultaneity of appearances and presenting itself as a pure impulse devoid of proportional rules, avoids focusing on a central focal point. Although the references are immediately recognizable - such as the manga boxer Forza Sugar, the composer Nino Rota, or Romagnolo dialect inflections intertwined with personal memories - the figuration presents itself as an anecdotal story of nonsense, which can, indeed must, remain as such. All this recalls the statements of the Surrealists of the 1930s, who urged painting to entrench itself - note well, this is their own combative vocabulary - behind the necessity of visually expressing inner perception. Thus a question arises, as profound as it is vivid: what are we to do with our imaginations? Perhaps relive them, give them form so as not to watch them dying unfulfilled; certainly, they must be released into a visual field. It is here, I believe, that Casadei, positioning himself within the trench of the Surrealists, poses this question to painting. Yet the answer that reaches him is a nonsensical nursery rhyme, a dreamlike reverie, a happy encounter between fantasy and control - part of a process that must not mislead us regarding the apparent gratuitousness and infantilism of certain painted forms. For Casadei, therefore, inventing is a very serious matter, because identifying and translating the chaotic, instinctive, and visionary substance we carry within us is by no means easy. Consequently, content itself remains fluid, just like the imagination that generates it; the figure thus assumes many forms before arriving at the one most congenial to it, so that there is nothing it has not already been, or that it could not become at any given moment. Hence it may simultaneously be a succulent plant, a smile, an inguinal view, the silhouette of a man or perhaps that of a puma, a paternal ambo in the lottery rather than a terno. What the Surrealists had intuited nearly a century ago - ready as they were to raise trenches in defense of a practice capable of breaking through imaginative limits - was later taken up by Gianni Rodari as well, who was convinced that «there is no life where there is no struggle». Thus, by bringing together two sufficiently alien terms, the contrast of a fantastic binomial is generated; although it seemingly unites antithetical elements, it gives rise to a daring narrative. For Casadei, the canvas stages precisely this encounter: an experience no longer declamatory but surreal and fragmentary, conceived as a liberating and uncontrollable adventure that invites us to explore what happens when images derail from the overly familiar tracks of their meanings. Consequently, the notion of space is replaced by that of situation; the painting becomes a dynamic network of relationships in which multiple color fields, forms, and visual angles appear without hierarchy. The irregularity of the glazes and the soft succession of chiaroscuro veil and blur the evocative expressions of faces, and - even within the tangle of figures and signs - the research privileges tonal layering, allowing images to merge or emerge in complete disregard of representational functions. Thus, apparent chaos becomes a picture, a reservoir of energies, upon whose sensitive, emulsified background lies a dynamic image, as swift as the flash of a visionary thought with its countless “comings and goings of meanings”. Therefore, what is to be grasped in this exhibition is an impossible and estranging scenario: what would happen to painting if it were to abandon reality? This is certainly a tough battle to win, yet it is recounted here in a single, clear vision - irony.








































